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[Rubrica] Pesca a Fondo


    • Pesca a Fondo

      La pesca a fondo è forse una delle più antiche tecniche di pesca da praticare e si distingue per una certa semplicità teorica. Difatti, le basi consistono nell'utilizzare una piombo a mo’ di zavorra sul fondo della lenza, permettendo all'amo, sufficientemente camuffato dalle esche, di restare adagiato sul fondo in attesa che un pesce in cerca di cibo si allarmi.
      I pesci più comuni da prendere con questa tecnica sono i grufolatori, in particolare i ciprinidi, come la carpa, la tinca, il barbo e il cavedano. Ma è possibile catturare anche anguille, pesci gatto e nei laghetti le trote.
      Uno dei requisiti più importanti per praticare questa tecnica è la selezione di un'attrezzatura robusta, poiché nelle profonde buche dove si andrà a pescare, la taglia dei pesci può risultare decisamente generosa. I monofili raggiungeranno diametri fino a mezzo millimetro o più mentre le canne da pesca, generalmente non più lunghe di 4,5 metri, saranno caratterizzate da cimini colorati molto sensibili che permetteranno al pescatore di vedere la mangiata del pesce. Inoltre la capacità di azione della canna, cioè il peso del piombo da aggiungere alla lenza in modo da fare lavorare al meglio la canna da pesca nel lancio, varierà tra i 20 grammi fino ai 200 per la pesca a fondo al mare. Oltre ai cimini colorati esistono altri strumenti che permettono al pescatore di percepire la mangiata. Uno di questi è il campanellino, che, stretto sulla punta della canna, garantisce un suono ad ogni toccata. Oggigiorno nei negozi specializzati sono disponibili anche segnalatori elettronici di abboccata che rendono più semplice il lavoro del pescatore. Infine anche il mulinello dovrà essere di discrete dimensioni così da poterci caricare buone quantità di filo. Si tratta quindi di una tecnica di attesa, dove la canna da pesca sarà appoggiata su di un apposito picchetto munito di forcella mentre il pescatore dovrà essere attento ad ogni movimento della sua canna oppure dedicarsi ad altro in attesa di una risposta dal campanello o dall'avvisatore acustico, ragione per cui si tratta di una pesca facilmente praticabile anche con la famiglia o con compagnie di non pescatori.
      Le esche per praticare questa tecnica non si distinguono molto da quelle della pesca con il galleggiante: bigattini, mais, formaggio, polente di vario genere e i diversi frutti di stagione sono quindi le scelte migliori.
      Da questa tecnica ne sono nate negli ultimi anni moltissime varianti, come il carp fishing, il feeder, il
      ledgering e per il mare il surf casting, a dimostrazione di come rimanga una delle tecniche più redditizie in termini di catture. Tutte queste tecniche, benché più selettive, complesse e caratterizzate, partono sempre dalla premessa iniziale. Un peso che porti l'esca sul fondo e lì rimanga.
      Per qualsiasi ulteriore informazione sulla tecnica e sulle attrezzature più idonee a cominciare questa tecnica non esitate a venire a trovarci in Via Sacchi 50 da Dimensione pesca.

      aritcolo di S. Terrando
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[Rubrica] L'Impasto Umano: Fatti di terra, guardiamo le stelle.


    • Torino spiritualità Si è svolto a Torino, Alba e Novara
      da mercoledì 23 a domenica 27 settembre 2015
      l’11 edizione di ‘TORINO SPIRITUALITÀ’

      “L’IMPASTO UMANO”
      Fatti di terra, guardiamo le stelle.

      Siamo tutti nati nel fango,
      ma alcuni di noi guardano alle stelle.
      (Oscar Wilde)

      Questa edizione di Torino Spiritualità ha proposto una riflessione sulla natura multiforme dell’uomo e sulla misura degli “ingredienti” che lo definiscono.
      Mortale e terreno ma capace di concepire desideri immortali, l’essere umano è un impasto di fango e cielo, sempre in bilico tra limite e trascendenza, luce e ombra, finito e infinito. Ma in questa indefinitezza si trova anche la più preziosa delle possibilità: essere per noi stessi “sorpresa”, invece che conclusione scontata. Le sfumature dell’esistenza e la ricerca - insistente, documentata attraverso tesi filosofiche, letterarie, scientifiche e religiose - di una risposta netta a una domanda che arriva dritta in faccia: di cosa è fatto l’impasto umano? È il terreno dell’anima su cui ha lavorato «Torino Spiritualità», evento sparso in 30 spazi diversi a Torino e anche a Alba e Novara.
      In cinque giorni forse non si è arrivati a definire nemmeno nella teoria la composizione dell’impasto umano, quella materia - e quelle mani che dovrebbero modellarla - inseguita da questa undicesima edizione di «Torino Spiritualità», ma la platea non ha mollato mai il festival e i suoi tavoli di discussione, riflessione, preghiera e meditazione: anche quest’anno sono 45 mila le presenze alle «lezioni» sparse nella città.

      «Cosa Muove Gli Uomini ???» 

      Un interrogativo che ha a che fare con la nostra responsabilità in terra, con le reazioni che i migranti generano in noi, a dispetto di umana pietà, giustizia sociale o ragionevole compassione, con la dignità degli uomini davanti ad altri uomini.
      Una sfida, una scelta di campo, fra il timore dell’ignoto e il coraggio della comprensione. Di notevole afflusso i due momenti inaugurali alla chiesa di San Filippo e il Coro del Teatro Regio per lo spettacolo «L’imperfetta armonia»; alle conferenze di Gherardo Colombo e Vito Mancuso, e… curioso e scelto da tanti, anche in lista d’attesa, l’incontro al Parco Astronomico ‘Infini.to’ su «Le stelle rispondono» e l’appuntamento con Tolstoj al Cimitero Monumentale davanti a un pubblico numeroso.
      Enzo Bianchi ha affrontato «L’umano», il modo in cui viviamo la nostra umanità. Un giornalista-filosofo e uno scienziato hanno incrociato i punti di vista sull’idea che «La scienza fa bene (se conosci le istruzioni)»: con Luca Bonfanti e Armando Masserenti.
      Letture, commenti e dibattiti hanno dato molte risposte alle molte domande di spiritualità e di felicità che il nostro tempo vive.
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[Rubrica] Crisantemi

    • Crisantemi


      Il Crisantemo è conosciuto in occidente con la nomea di ‘fiore dei morti’. Ma in realtà, la storia che narra della sua nascita e del suo nome gli attribuisce caratteristiche ben diverse dall’ essere un semplice simbolo funebre. Infatti, secondo la storia, un bambino di nome Cristiano, nella notte di Ogni Santi, pregò la Madonna per far sì che la madre guarisse e depose un fiore sull’altare di una chiesa, perché la sua preghiera si avverasse. L’aspetto del fiore, però, era così misero che il bambino decise di tagliuzzarne amorevolmente i petali cosicché da uno solo dei suoi petali se ne originassero altri cento e acquistasse così un aspetto più regale. La leggenda vuole che, commossa da un tale gesto, la Madonna fece guarire la madre del bambino e le donò vita per quanti petali aveva il fiore. Da quel giorno, ogni anno, quando l’autunno avanza e tutto sembra morire, fiorisce, inaspettato, nelle ultime due settimane di Settembre, il Crisantemo che, con i suoi sgargianti e colorati petali, sta a ricordarci quanto sia inaspettata e forte la vita. Ma ora conosciamolo meglio. Si tratta di una pianta perenne: significa perciò che radici e fusto hanno durata superiore a quella biennale o annuale, perciò non muoiono alla fine del proprio ciclo vegetativo, come fa ad esempio lo zucchino che è una pianta annuale.

      Ne esistono numerose tipologie, alcune utilizzate all’ interno dell’ industria dei pesticidi, essendo tossica per determinati parassiti, anche se non per l’uomo; altre invece possiedono caratteristiche officinali tipo il Crisantemo Partenio,la cui polvere, tenuta in infusione per dieci minuti e assunta più di una volta al giorno e per non più di otto mesi, è ideale contro l’emicrania; mentre un cucchiaio, in infusione per cinque o dieci minuti, di Crisantemo Americano,per tre volte al giorno, favorirà il corretto funzionamento del fegato e la sua disintossicazione. Le foglie, oltretutto, possono essere utilizzate come antifebbrile se messe in infusione per un minimo di quindici minuti. Bisogna ricordarsi però che il Crisantemo, in speciale modo il Partenio , non va assunto in casi di gravidanza, allattamento, ulcera, gastrite o se si fa uso di farmaci antidepressivi a base di serotonina oppure se si segue una terapia con anticoagulanti orali o antiaggreganti piastrinici. In ogni caso, è sempre meglio chiedere il consiglio dell’ erborista oppure del medico. Si sviluppa per stolone ovvero per propagazioni dalla radice principale che darà origine a sua volta ad altre piantine. Si può sia prendere i sementi sia acquistare la pianta già adulta dal fioraio, piantandola poi direttamente nel terreno. Ma quest’ultima pratica è sconsigliata in quanto la pianta, essendo stata coltivata esclusivamente per la fioritura, morirebbe poco dopo. La semina va praticata ad inizio primavera in un luogo dove la pianta possa ricevere sole tutto il giorno o almeno per mezza giornata ma non di meno. Durante l’inverno il vaso va tenuto in casa oppure le sue radici vanno coperte con paglia, se si trova in giardino. Non deve essere innaffiata eccessivamente nel periodo che va dalla primavera all’autunno, è sufficiente bagnare la pianta ogni qual volta il terreno risulti asciutto al tatto e non quando risulta essere ancora umido. Per il periodo invernale, invece, si può far passare anche qualche giorno in più rispetto alla frequenza con cui si effettuava l’innaffiatura d’estate. Il terreno ideale per la sua crescita deve essere molto ben drenato, soffice e ben aerato perciò, sia che si intenda sistemare il crisantemo in vaso o in giardino, è opportuno mettere una percentuale di sabbia nel terreno e una buona quantità di letame maturo, in modo che abbia gli elementi nutritivi essenziali alla crescita. Oltre al letame, da inizio primavera fino alla fioritura, la si dovrà concimare: se in giardini, con concimi granulari a lenta cessione di azoto e potassio, se in vaso, con un prodotto liquido specifico ogni quindici giorni. Se la pianta è in casa durante il periodo invernale oppure se è in giardino, occorre posizionare paglia e foglie secche sul terreno intorno al fiore. E’ un’ ottima pianta da far crescere in vaso, non troppo impegnativa, che è in grado di regalarci una stupenda sorpresa, con l’arrivo dell’ autunno e in grado di spezzare la grigia monotonia delle città.

      Chiara Vigna
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[Rubrica] Libri e cinema quando la fedeltà all’opera non è tutto

    • Libri e cinema
      quando la fedeltà all’opera non è tutto

      «Letteratura e cinema sono due veicoli diversi
      per storie e messaggi; hanno linguaggi differenti.»

      Credo che ogni lettore abbia sognato almeno una volta di vedere il proprio libro preferito prendere vita e trasformarsi in un film; guardare sul grande schermo quei personaggi e quelle storie che tanto ci hanno appassionato quando ancora erano fatte di carta e inchiostro. Personalmente mi trovo spesso ad immaginare quale volto il protagonista potrebbe avere, quale musica dovrebbe accompagnare le sue gesta.

      È capitato diverse volte che questo sogno si avverasse, ma non sempre il risultato è stato ciò che mi aspettavo; a volte i sogni sono diventati veri e propri incubi su pellicola. Il punto di contatto fra un romanzo e la trasposizione cinematografica è la fedeltà di quest’ultima all’opera originale, discostandosi troppo si rischia di dar vita a porcherie, ma non sempre. Credo che un esempio degno di entrare negli annali delle trasposizioni orribili sia “Eragon”, tratto dal romanzo di Christopher Paolini: onestamente tutto ti aspetti fuorché vedere un terrible drago trasformarsi in una sorta di pennuto con le piume e la voce di una conduttrice televisiva. Alcune volte però anche la totale attinenza rischia di non essere chissà quale capolavoro e mi sento di citare “Hunger Games: il Canto della Rivolta pt.1”, di fatto un film in cui non succede nulla. Non è un brutto film, ma basarsi sulla prima parte di un libro in cui per metà non capita molto non può portare a una pellicola particolarmente coinvolgente. La fedeltà quindi non è tutto, anzi. Mi capita molto spesso di leggere online commenti negativi su trasposizioni a mio avviso molto belle, dovuti in genere al fatto che la storia non segua per filo e per segno la controparte cartacea. In tutta onestà non concordo quasi mai con questi commenti, anzi, li trovo ridicoli quando portati all’estremo: se un personaggio non pronuncia la stessa battuta nello stesso momento in cui è stata pronunciata nel libro, alcuni si stracciano le vesti e gridano allo scempio.

      Credo sia semplice, ciò che funziona su carta, non necessariamente funziona al cinema. Letteratura e cinema sono due veicoli diversi per storie e messaggi; hanno linguaggi differenti e alcune volte incompatibili, e spesso si rivolgono a un pubblico estremamente diverso. Entrambi raccontano la medesima storia, ma lo fanno in maniera diversa, e questo non significa che uno sia migliore dell’altro. Sarebbe come chiedere cos’è più buono fra la pizza e la cioccolata, o se si preferisce dormire o il colore giallo. Sono confronti privi di senso perché fatti fra cose che per natura non sono paragonabili, in quanto differenti. Come si può pretendere, ad esempio, che i pensieri di più personaggio siano riportati fedelmente senza inserire decine di voci fuori campo, dando vita in pratica ad un audiolibro con immagini? Non fraintendetemi, non sto affatto dicendo che un film debba stravolgere l’opera da cui è tratta, anzi. Sono il primo a trasformarmi in una furia con la bava alla bocca quando ci sono cambiamenti o tagli privi di senso, ma è proprio qui il punto: modifiche prive di senso. Eliminare un personaggio fondamentale per inserirne un altro inutile, questo mi fa imbestialire. Stravolgere il carattere di un personaggio inutilmente - come accadde al personaggio di Faramir nella trilogia de “Il signore degli Anelli”, per fare un esempio - questo sì che mi infastidisce. Le motivazioni sono semplici, si tradisce l’opera originale per come è stata pensata, se ne violenta l’anima ed il messaggio più profondo. È’ come prendere il libro, stracciarlo e bruciarne le pagine. Se invece i registi e gli sceneggiatori sono capaci di dare una veste accattivante e coinvolgente a quella storia, pur cambiandone della parti e“infiocchettandolo e impacchettandolo”per renderlo adatto alla sua veste cinematografica, ben venga! Se invece non ne sono in grado, sarà stata un’occasione sprecata, nulla di più. Preferirò sempre e comunque un libro ad un film, questo è certo, ma come non mi stancherò mai di ripetere, un brutto film non può rovinare un libro. Non lo cancella e non lo fa scomparire. Se abbiamo amato, se abbiamo riso, pianto, e ci siamo emozionati grazie ad una storia, questa sarà sempre sulle pagine dove l’abbiamo letta la prima volta, pronta a stupirci ancora una volta.

      Ci si legge.
      Marco Massa
      Alucard Belmont
      (www.marcomassa.me)
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[Rubrica] Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte II

    • Hunger Games:
      Il canto della rivolta - Parte II

      Il 19 Novembre uscirà nelle sale italiane “Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte II”, capitolo finale di quello che negli ultimi anni è diventato un vero e proprio fenomeno mondiale, fra una rivoluzione per cui combattere, intrecci amorosi e un futuro dispotico non così impossibile da immaginare.

      Tratto dai romanzi di Susanne Collins, il film di prossima uscita porterà sullo schermo le vicende narrate nella seconda metà del terzo libro, ossia le ultime fasi della ribellione della giovane protagonista, Katniss Everdeen, ormai in aperto contrasto con la dittatura di Capitol City. Qui di seguito vi darò almeno 3 buone ragioni per cui non dovreste perdervi il film di prossima uscita, e perché dovreste recuperare e leggere i romanzi.

      1) Storia coinvolgente. Katniss Everdeen e Peeta Mellark, i protagonisti vivono in un futuro dispotico dove anni di guerre e distruzioni hanno ridotto quelli che un tempo erano gli U.S.A. in una dittatura oppressiva e sanguinaria. La popolazione vive in Distretti dai quali ogni anno una giovane fanciulla e un ragazzo vengono scelti per partecipare agli Hunger Games, un reality con un unico scopo: sopravvivere. Al termine dei giochi ci potrà essere un solo vincitore che sarà ricoperto di ricchezze; questo significherà però eliminare tutti gli altri concorrenti, altri ragazzi, mentre la Capitale e l’intera nazione sta a guardare il tragico spettacolo. Nel corso dei tre romanzi non solo Katniss dovrà sopravvivere ai giochi, diverrà suo malgrado il simbolo della rivoluzione contro la dittatura.

      2) Tematiche importanti. Aldilà delle avventure e degli intrecci amorosi, due sono a mio avviso le colonne portanti di questa saga. Il sacrificio: Katniss non viene scelta per partecipare agli Hunger Games, si offre volontaria al posto della sorella più piccola. Nonostante sia consapevole che le possibilità di sopravvivere alla brutalità dei giochi siano scarse, si offre senza esitare. Si offre per amore; quell’amore incondizionato che è il solo motore in grado di spingere al sacrificio sommo, a mettere in pericolo ciò che di più prezioso si ha: la vita. Ecco, Katniss, così come Peeta dimostreranno che spesso c’è qualcosa di ancora più importante della propria sopravvivenza: la vita di chi si ama. La ribellione: a partire dal secondo romanzo e dal secondo film, l’attenzione si sposta su chi tira le fila di quel reality tanto mostruoso quanto amato dai cittadini della capitale: una dittatura che manda al macello ragazzini indifesi per il divertimento delle classi agiate, e per schiacciare la popolazione sotto il giogo della paura. Gli avvenimenti narrati mostreranno come un gesto all’apparenza insignificante possa trasformarsi nel simbolo di una ribellione. Come a volte basti l’azione di una sola persona per risvegliare gli animi e le coscienze, come a volte la possibilità di cambiare il mondo che ci circonda e ci opprime sia nelle nostre mani. Katniss non è una ribelle per scelta, eppure basta la sua scintilla per far divampare il fuoco capace di sciogliere i lacci di paura e apatia che tenevano incatenati gli abitanti di una nazione intera.

      3) Critica sociale. Sarò onesto, non sono certo che l’intento dell’autrice fosse ciò che io ho letto nelle sue righe. Eppure per me è naturale accostare gli spettatori di questo crudo reality a coloro che ogni giorno guardano passivamente le tragedie altrui senza fare nulla, o peggio, considerandole alla stregua di un film. Che sia il naufragio di un barcone di profughi, o le violenze sistematiche e ripetute
      ai danni di emarginati e bisognosi. Che sia la moglie picchiata dal marito o il senzatetto deriso e portato allo stremo e alla fame. Così come gli spettatori dei giochi nella loro inedia sono tanto colpevoli quanto gli organizzatori, così chi può fare del bene, chi ha la possibilità di agire e sta a braccia conserte è tanto colpevole quanto chi il male lo compie in prima persona. Non perdete l’occasione di leggere questi tre romanzi, e non perdetevi l’uscita del nuovo film; meritano davvero.

      Ci si legge.
      Marco Massa
      Alucard Belmont
      (www.marcomassa.me)
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[Rubrica] La Salvia


    • La Salvia
       articolo di Chiara Vigna
      Il suo nome deriva dal latino salvus cioè salvo o sano, in onore delle sue numerose qualità benefiche, per le quali anche oggi viene utilizzata in cucina per numerose ricette e tisane in quanto ha proprietà balsamiche digestive, antinfiammatorie ed è ottima contro la ritenzione idrica.
      Vediamo adesso alcune semplici ricette.
      Come le foglie di salvia fritte in pastella, una ricetta semplice e saporita nella quale si mescolano la croccantezza della impanatura con il sapore delicato della salvia che si scioglie in bocca... Per la preparazione è necessario: quaranta foglie di salvia, 100g di farina 00 e 200 ml di birra fredda più l’olio di semi di girasole per la frittura, si sistema in una ciotola la farina e pian piano vi si aggiunge la birra mescolando con le fruste per ottenere un impasto senza grumi, dopodiché si immergono le foglie dell’impasto e, una volta che saranno ben ricoperte da entrambi i lati, le si immerge nell’ olio di semi e, una volta dorate, le si rimuoverà con una schiumarola.
      Un'altra ricetta decisamente più salutare e leggera è la tisana ideale per tosse, mal di gola e disturbi digestivi. Per la preparazione si mette in infusione per dieci minuti in 400 ml d’acqua, un cucchiaino di salvia in polvere. Vorrei specificare e sottolineare che dal bere questo infuso dovrebbero astenersi le donne in stato di gravidanza o allattamento e le persone soggette a epilessia o altri disturbi neurologici oppure pressione alta, considerando che nell’ olio essenziale, contenuto al interno delle foglie, è presente del turione con proprietàclineuro tossiche. Ciò però non deve spaventare né vietarne l’utilizzo che, fatto responsabilmente, dà benefici all’ organismo soprattutto al tratto digerente o più semplicemente aiuta e rendere più saporiti alcuni piatti.
      La pianta è oltretutto una gioia per gli occhi e l’olfatto, si presenta inizialmente come un arbusto i cui rami sono verdi e teneri in gioventù per diventare legnosi poi con la crescita, se tenuta bene, può arrivare fino ad un metro di altezza. In primavera poi ci stupirà con rigogliosi e bellissimi fiori viola: sfumature e forma potranno cambiare un po’, perché esistono almeno cinquanta specie ma nessuna fa sfigurare le altre in bellezza. Ideale perciò per abbellire un giardino e adatta anche alla crescita in vaso, si octratta di una pianta eliofila e termofila che equivale a dire amante del sole al quale va gradualmente esposta durante la sua crescita e del caldo o almeno di temperature miti. Non va pertanto lasciata fuori nel periodo invernale né esposta a climi troppo umidi oppure a ristagni d’acqua nel terreno. L’irrigazione infatti va effettuare solo quando il terreno risulta asciutto e, nel periodo primaverile, insieme all’ acqua d’irrigazione sarebbe bene aggiungere ogni quindici giorni un fertilizzante liquido con percentuali abbastanza elevate di azoto, fosforo, potassio e microelementi quali magnesio, ferro, manganese, rame, zinco, boro, molibdeno. Se oltretutto preferiamo non comprare una piantina di salvia già in parte adulta ma preferiamo farla nascere e crescere noi stessi, ci occorre sapere che vi sono due modi per riprodurre la pianta. Per talea erbacea oppure per seme: nel primo caso bisogna prelevare l’apice vegetativo lungo circa 8-10 centimetri dal ramo di una pianta con almeno 2-3 anni di età. E’necessario usare un coltello o una lametta molto affilata per evitare lo sfilacciamento dei tessuti e il prelievo deve essere effettuato nel periodo tra marzo-aprile oppure tra giugno-luglio, dopodiché si eliminano le foglie alla base e si inserisce la talea nel terriccio del vaso composto per due terzi da un terriccio molto fertile e per l’un terzo rimanente da terreno sabbioso, una volta fatto si ricopre il vaso con un sacchetto di plastica trasparente posizionatoa modo di cappuccio e si sistema il vaso all’ ombra. Ogni giorno si provvederà a rimuovere la plastica per controllare l’umidità del terreno, se risulta asciutto bisogna inumidire immediatamente, cercando oltretutto di mantenere la temperatura intorno ai 18°. Una volta che la talea comincia a produrre i primi germogli vuol dire che ha radicato e si può rimuovere il sacchetto posizionando la pianta in un luogo soleggiato, dopodiché si potrà provvedere a un trapianto in un vaso più ampio quando avrà emesso nuove ramificazioni abbastanza robuste.
      Se invece si effettua la moltiplicazione tramite seme, è opportuno seminare intorno a inizio prima primavera, posizionando il vaso all’ ombra mantenendo sempre il terreno umido tramite lo spruzzino e la temperatura più o meno costante intorno hai 18°, la germinazione avviene dopo 2-3 settimane, una volta avvenuta si espongono le piantine in un luogo più soleggiato e si aumenterà sempre più l’esposizione al sole fino a quando queste non saranno sufficientemente robuste da poter essere trapiantate ed esposte a un abbondante quantità di luce. Il suo ciclo vegetativo dura in media 5 anni entro i quali, come abbiamo visto, ci sarà utile sia per le nostre ricette e sia come piana ornamentale sui nostri balconi.
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[Rubrica] Un sabato notte al Polo Reale

    • Un sabato notte al Polo Reale

      Articolo di Marco Massa - Alucard Belmont

      È terminata Sabato 29 Agosto l’iniziativa promossa dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali del Turismo dal nome“Un sabato notte al museo”: progetto che per tutta l’estate ha permesso la visita notturna ai principali musei d’Italia a tariffa ridotta.
      Il Polo Reale di Torino è stato fra i musei interessati dal progetto, nello specifico: Palazzo Reale, l’Armeria Reale e il Museo Archeologico.

      Ogni sabato l’apertura delle strutture è stata prolungata oltre il consueto orario di visita - normalmente 8.30 - 18.00 – così da permettere a turisti e non di ammirare alcune delle più importanti e famose bellezze cittadine anche dalle 20.00 alle 24.00, al costo di 6.00€ per il biglietto intero e 3.00€ per il ridotto.
      L’intero complesso museale si estende per oltre 40.000 mq e offre la possibilità di camminare fra i fasti della casa sabauda in un viaggio storico/artistico capace di condurci dallo stile barocco che arricchisce la struttura del Palazzo Reale a una delle più ricche esposizioni al mondo di armi e armature, presente nell’Armeria, terminando con un tuffo nel passato fra i reperti conservati all’interno del Museo Archeologico.

      Il tutto è stato condito dall’atmosfera estiva notturna, capace di dar vita ad un’esperienza suggestiva e una vita nuova e intrigante alle consuete visite.
      Oltre ad ammirare le collezioni sabaude, come negli appuntamenti diurni,è stato possibile beneficiare di visite guidate, approfondimenti tematici e assistere a rievocazioni storiche; fra queste, un esempio è quella messa in scena il 22 Agosto - il penultimo degli appuntamenti - dal titolo “Chiamata alle armi”: la rappresentazione di un fantasioso incontro fra cavalieri provenienti dal Medioevo e dai secoli fra il XI e XV, riunitisi al tramonto per confrontare i propri equipaggiamenti ed esercitarsi con le proprie armi, proprio nelle sale del Museo.

      Sono fermamente convinto che la diffusione e la difesa della cultura passino anche e soprattutto da iniziative di questo genere, che ho apprezzato particolarmente. L’accesso a musei, residenze ed edifici dalla grande rilevanza storica, artistica, scientifica e culturale, troppo spesso si rivela difficoltoso per costi elevati o orari incompatibili per lavoratori e famiglie; estendere i percorsi di visita alla sera e ridurre i costi come è stato fatto - se non in maniera permanente, almeno con una cadenza maggiore – è un ottimo modo per venire incontro a chi considera la cultura come qualcosa di irrinunciabile, ma che ha difficoltà ad accedervi.

      Queste sono le persone su cui bisogna investire per il futuro.
      Ho parlato di difesa della cultura non a caso: in un periodo storico in cui fanno presa sempre maggiore parole di odio, discriminazione e gretta ignoranza, provenienti sia da persone comuni che da individui dal forte impatto mediatico, difendere e proteggere la cultura sono doveri di ogni cittadino e in primis dello Stato e progetti lodevoli come questo possono elevarsi come scudo a sua difesa e come fiaccola per combattere l’ignoranza.


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[Rubrica] "Perché leggi così tanto?"

    • "Perché leggi così tanto?"

      Articolo di Marco Massa - Alucard Belmont
      - www.marcomassa.me -

      Quasi ogni lettore si sarà sentito porre questa domanda almeno un centinaio di volte: amici, parenti, conoscenti che poco apprezzano o comprendono il nostro stare costantemente col naso piantato in un libro. Generalmente tendo a rispondere in maniera vaga, “perché mi piace”, consapevole della stupidità della risposta così come lo sono dell’assoluta idiozia della domanda. È come se vi chiedessero del perché mangiate la pizza: perché vi piace. Ma dai, davvero? Quando però la domanda mi è stata fatta da una lettrice, un altro esemplare della mia stessa specie me lo sono chiesto davvero.

      Perché leggo? Per viaggiare.

      Ho visto e visitato più luoghi viaggiando su vascelli fatti di carta e inchiostro di quanti ne abbia visti o vedrò mai uscendo di casa.
      Non c’è contrada della Contea o foresta della Terra di Mezzo che io non abbia attraversato; non c’è stanza di Hogwarts in cui non mi sia imbattuto almeno una volta. Ho visto Amsterdam ed i suoi canali e pochi giorni dopo ero già in marcia verso Approdo del Re. Ho impresse nella mente le rovine dovute al cataclisma che ha devastato Ansalon, così come la miseria che affligge i più squallidi vicoli di Londra.
      Ho vagato leggendo, e senza muovere un passo vagherò finché gli occhi e la mente mi permetteranno di distinguere una riga da un’altra, una parola da quella accanto.

      Per imparare a combattere.

      Chiunque affronta battaglie ogni giorno nella propria vita. Sono battaglie in cui troppo spesso ci si trova ad essere comparse impotenti, fanti inermi travolti dalla cavalleria nemica senza neppure la possibilità di vibrare un fendente per difendersi. Quando i nemici marciano fra i capitoli, invece, ti puoi allenare e puoi prepararti alla marea che sta per travolgerti. Puoi imparare a combatterli. Io ero lì quando le mura del Fosso di Helm hanno ceduto ed ero accanto al principe Oberyn quando la Montagna lo ha attaccato. C’ero quando la TAC di Gus si è“illuminata come un albero di natale” così come il giorno in cui Mo ha visto strapparti Resa dalle braccia. Non sempre la battaglia si vince, ma avere la possibilità di provarci è più di quanto a molti sia concesso. Ad ogni combattimento e duello che ho affrontato contro guerrieri e mali fatti di parole ho imparato ad affrontare quelle sfide che il mondo reale ti mette davanti. Come nei libri, spesso si perde, ma almeno si sa come affrontarle. Almeno si può provare a vincere.

      Per innamorarmi.

      In questo mondo mi sono innamorato così profondamente da sembrare di vivere una favola scritta dal più romantico e malinconico degli autori. Poi ho amato ancora immagino, in maniera disperata, sanguigna, senza però riuscire a legare a me la ragazza che avevo accanto. Non sono tante volte, immagino. Al contrario, tante e tante volte mi sono innamorato disperso fra le pagine di un romanzo, così profondamente da sembrare amore vero.
      Ho amato Hermione, la sua intelligenza e il suo lottare per i più deboli; mi sono innamorato e lo sono ancora di Hazel Grace, del suo umorismo e della sua forza, così superiore a quella di qualunque eroina che abbia incontrato nei miei viaggi. Non so se mi perdo in quelle storie in attesa di scrivere la mia personale, cercando di coglierne le sfumature che più mi affa-scinano per farle mie; cercando nei libri e con i libri di trovare quella ragazza che nei libri e coi libri sta cercando me.
      Non so se capita perché cerco di ricordare la bellezza di ciò che ho perduto. So solo che mi perderei mille e mille volte ancora.

      Per sognare.

      È innegabile, capita a tutti di essere stanchi della solita routine di tanto in tanto. Scuola – casa -lavoro, casa - scuola-lavoro e così via.
      Leggere mi permette di allontanarmi per qualche ora da una realtà che indubbiamente mi sta stretta; rende possibile sognare senza essere addormentati, permette di essere padrone dei sogni che faccio perché scegliendo un libro scelgo ciò che più ho desiderio di sognare.
      Che sia cavalcare una scopa volante, aiutare Katinss negli Hunger Games o assistere ai magnifici gesti di pura umanità di John Coffey.
      Ed è vero: “non serve a niente rifugiarsi nei sogni e dimenticarsi di vivere”, come un mago dalla barba bianca afferma, ma è altrettanto veritiero che prendersi una pausa da questo grigio mondo aiuta a non lasciare che la realtà ci inghiotta e ci faccia dimenticare come si sogna.
      Accumulo libri ed accumulo sogni.

      Di cosa è fatta la vita, se non di questi elementi? Quale vita non è fatta di viaggi? Quale non è fatta di sfide, lotte e difficoltà?
      Quale vita può essere definita tale senza amore o sogni?
      Quindi, perché leggo? Perché farlo mi insegna a stare al mondo.
      Mi difende e mi arma. Mi insegna ad amare e sognare.

      Leggo per vivere.

      Privarmi di questo piacere, privarmi del profumo della carta, di quelle lettere stampate e del fruscio di quando un capitolo lascia il posto al successivo, significherebbe privarmi di ciò che differenzia vivere ed esistere. Leggo, quindi vivo. E voi?


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[Rubrica] Pesca a Spinning

    • Pesca a Spinning
      articolo di Stefano Terrando



      La tecnica dello spinning, conosciuta in italiano come pesca con il cucchiaino o con gli artificiali, è una tecnica che ha l’obiettivo della cattura dei pesci predatori, come la trota, il cavedano, il black bass, e i lucci. L’esca, con questo tipo di tecnica, sarà sempre costituita da un artificiale, che potrà cambiare per forma o per misura. Si distinguono essenzialmente due tipi di esche, il cucchiaino, rotante o ondulante e il minnow, cioè il pesciolino finto, solitamente composto da balsa. Il rotante è formato da un corpo di piombo connesso ad un’anima d’acciaio e da una paletta che gira intorno mentre l’ondulante è un pezzo di metallo sagomato in modo da fargli assumere movimenti che ricordino un pesciolino. Negli anni poi la tecnica si è arricchita di una gamma di esche di silicone, o gomme, tali da rendere lo spinning molto più vario.

      Ciò che bisogna subito comprendere è che l’esca deve essere sempre in movimento, infatti il primo fondamento dello spinning consiste nello stimolare l’aggressività e la curiosità dei pesci elencati in precedenza. I cucchiaini, sono infatti piccoli congegni volti a generare effetti di vibrazione, di ottica ed elettromagnetici capaci di attirare una reazione riflessa nei pesci sottoposti a questi effetti. La curiosità innata dei pesci con l’istinto predatore li farà diventare possibile e facile preda.

      Ma come si pratica lo spinning? Si tratta semplicemente di lanciare un’esca in acqua e di recuperarla verso riva centinaia di volte. Detto così sembra banale e forse anche noioso ma la realtà dei fatti ci dice che questo tipo di pescatore dovrà affrontare diversissime situazioni e avrà l’onore di sentire l’abboccata del pesce direttamente sul braccio e sul polso, non intermediata da galleggianti o da cimini. Basterà sentire una volta questo tipo di abboccata per comprendere come mai questa tecnica affascini sempre più pescatori. Una delle prime regole da seguire consiste nel cambiare spesso posizione di pesca, difatti non avrà senso insistere troppo a lungo in un solo posto se il predatore è assente o poco attivo. Il predatore bisogna cercarlo, quindi si dovrà perlustrare in lungo e in largo il corso del fiume con interminabili camminate. Ecco perché lo spinning è una tecnica piuttosto fisica. Altri punti molto positivi di questa tecnica vanno ricercati nell'assenza di limitazioni per le zone in cui essa può essere praticata, per il periodo in cui si può effettuare, infatti ogni periodo dell’anno ha qualche buon predatore da essere insidiato e in ultimo un’attrezzatura ridotta all'osso: una canna, un mulinello e una scatola per contenere gli artificiali. Ci sono anche lati negativi: innanzitutto, cercando di catturare pesci predatori che limitano a pochi momenti della giornata la loro attività di caccia, il numero di catture effettuate sarà difficilmente elevato, anche se spesso di dimensioni ragguardevoli. Un secondo piccolo problema è legato alla quantità di artificiali usciti in commercio che potrebbero spiazzare e scoraggiare i neofiti al cominciare questa tecnica.

       


      Gli Artificiali

      Detto della quantità di artificiali in circolazione è bene analizzare le caratteristiche dei suoi modelli più tipici, il colore e soprattutto la forma.

      Per quanto riguarda il colore dei cucchiaini l’importante sta nella paletta e nel corpo, tutti gli altri disegni modificheranno solo leggermente l’effetto del cucchiaino aumentandone o diminuendone la brillantezza, e questo vale sia per i rotanti che per gli ondulanti. In linea generale si può comunque associare un cucchiaino con la paletta dorata ad una giornata soleggiata con acque trasparenti mentre quello con la paletta argentata renderà di più in momenti con poca luce e acque più torbide.

      La forma, invece, influenza molto il comportamento dell’artificiale. Nel rotante, se la paletta presenta una forma più affusolata e allungata resterà più facilmente ad una profondità più bassa, se invece la forma è più tozza e arrotondata si avvicinerà più in fretta alla superficie. Ovviamente tutto questo sarà influenzato dal peso del rotante. Per il luccio sarà preferibile un modello più grande e pesante come il tandem, un doppio rotante, per la trota modelli intermedi da 2 grammi fino ai 12 grammi, mentre per un pesce sospettoso come il cavedano saranno da preferire i cucchiaini più piccoli in circolazione, inferiori ai 2 grammi.


      Invece i minnows, vale a dire i pesciolini finti, in circolazione si distinguono essenzialmente in galleggianti e affondanti, i primi, straordinariamente efficaci per la pesca del boccalone, o black bass, e in parte per la pesca alla trota in acque non particolarmente profonde. Un ottimo vantaggio è la minore possibilità di incastrarli sul fondo, considerando che non si tratta di esche economiche e che perderle potrebbe rendere questa tecnica onerosa. I minnows affondanti sono invece ottimi nella pesca in corrente di trote lucci e nelle misure più piccoline di cavedani e persici reali. Bisogna comunque comprendere che con un pesciolino le possibilità di attirare un pesce aumentano se si riesce a recuperarlo in modo naturale, simulando un pesce in difficoltà o in fuga verso luoghi più appartati e tranquilli. Di conseguenza, recuperarlo a strappetti, in gergo, jerkata, o con continue accelerazioni e rallentamenti consentirà all'esca di apparire più naturale. Sulla forma dei pesciolini ci si può sbizzarrire in imitazioni di quasi ogni genere di pesce. Vanno comunque sottolineati gli snodati, o swimming bait, in quanto offriranno una fluidità e una sinuosità di recupero impareggiabile e ne renderanno l’utilizzo più semplice per i principianti. Per qualsiasi ulteriore informazione sulla tecnica e sulle attrezzature più idonee a cominciare questa tecnica non esitate a venire a trovarci in Via sacchi 50 da Dimensione pesca.
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[Rubrica] Una Giornata a... Torino Comics

    • Una Giornata a...

      articolo di Roberto Biolcati

      Siamo giunti, come ogni anno, alla fine del Torino Comics, la fiera dei comics and game organizzata da Vittorio Pavesio che quest'anno ha visto davanti a sé la sua XXI edizione, un record di presenze che ha sbaragliato gli anni precedenti con oltre trentacinquemila biglietti emessi nei tre giorni di evento.
      Come ogni anno molti sono stati gli ospiti del comics, tra cui il fumettista Leo Ortolani, autore di Rat-Man che ha annunciato la fine della sua opera nel 2017. Molti i fumettisti dal mondo Disney tra cui Casty, Paolo Mottura e Valerio Held. Restando in ambito di disegnatori, vi è stato spazio anche per i fumettisti che hanno fatto strada nel web come Fraffrog, Don Alemanno (autore di Jesus) e Lorenza Di Sepio. Questo comics ha portato con sé una novità, la "Torino Comics Horror Fest" tre giorni di dibattiti e proiezioni a tema horror e Fantasy, ospite d'onore Sergio Stivaletti regista e creatore di effetti speciali italiano. Ha ideato e creato personaggi e mostri per il cinema, la televisione
      e il teatro, collaborando con alcuni dei più grandi registi italiani come Dario Argento e Roberto Benigni.
      Si è svolta anche la diciottesima edizione del premio "Pietro Micca", una gara dove a suon di tratti si sono sfidati vari fumettisti e disegnatori. L'immagine che tra tutte quelle realizzate vincerà, sarà usata per la realizzazione delle magliette che verranno messe in vendita. Il loro ricavato verrà donato all'associazione LEO che si occupa di difendere i rinoceronti dal bracconaggio. Questa non è stata l'unica opera di beneficenza presente in fiera poiché il gruppo cosplay for children con il supporto della onlus Forma affianca l'ospedale Regina Margherita di Torino per regalare un sorriso ai bambini ricoverati con la presenza dei Cosplayer, da spendere una grande parola appunto sui Cosplayer, protagonisti del sabato e della domenica di fiera.

      I cosplayer sono persone con la passione del fumetto, dei cartoni animati giapponesi e italiani e videogiochi e film in generale che per un giorno interpretano i loro personaggi preferiti e amati, realizzando a mano o come possibile i vestiti dei personaggi, le armi e assumendone le pose, si calano nei loro panni per un intera giornata all'insegna del divertimento. La gara cosplay ufficiale di domenica ha visto più di cento esibizioni e alto è stato il livello di cosplayer dalla realizzazione difficile presenti. Il compito della giuria non è stato affatto facile e come sempre si è creato qualche scontento tra i partecipanti ma la cosa importante è divertirsi in ogni caso anche se il superpremio di quest'anno era molto allettante, il primo classificato ha ricevuto in premio un viaggio in Giappone interamente pagato dagli organizzatori del comics.
      Piccola nota negativa di questa edizione era lo squilibrio tra Fumetti/manga e gadget, molti hanno apprezzato la presenza di più gadget in fiera ma lo spazio riservato ai fumetti era davvero limitato, grande spazio è stato dato invece all'area games e a molti gruppi come la umbrella, dal gioco resident evil e la squadra dei ghost buster dall'omonimo telefim. Con la conclusione di questo comics non resta che prepararsi per la prossima fiera che si terrà a Torino verso metà dicembre con il Torino Comics Christmas Day.
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[Rubrica] L'Ulivo sta Morendo

    • L’ulivo sta morendo

      articolo di Chiara Vigna



      In questi ultimi anni gli ulivi presenti sul territorio italiano, in particolare a partire da quelli presenti nel sud della Puglia, sono stati colpiti da un improvviso deperimento, si pensa dovuto principalmente al batterio fitopatogeno Xylella fastidiosa, che colonizza e fa marcire i tessuti interni xilematici della pianta. Questi tessuti servono per trasportare la linfa grezza dalle radici ai luoghi, dove verrà rielaborata, cioè le foglie chiamate sink . Se tali tessuti marciscono, la linfa non arriva agli organi sink, che non possono praticare la fotosintesi. Oltretutto questo specifico batterio è in grado di muoversi contro corrente rispetto al flusso xilematico, raggiungendo le radici e causando la marcescenza di queste ultime. Il batterio è trasportato dall'emittero Philaenus spumarius, Neophlianeus campestris e Euscelis lineolatus. Sono insetti che si nutrono della linfa delle piante infette e ingeriscono il batterio, che rimane vivo nel loro organismo fino a quando non attaccheranno un’altra pianta per nutrirsi della linfa. Non è ancora stata trovata una cura, soprattutto perché esistono numerose varianti patogene del batterio e ognuna attacca un tipo diverso di pianta.
      Conosciamolo: L’ulivo fa parte della famiglia delle Oleaceae, genere Olea e i suoi fiori sono ermafroditi, perciò contengono al loro interno sia l’Androceo, che è la parte maschile del fiore composta dagli stami, e da Gineceo, corrispondente alla parte femminile del fiore, rappresentata da uno o più pistilli. L’impollinazione avviene tramite il vento e la fioritura va da maggio a giugno, ma comincia a fruttificare solo dopo 3-4 anni di vita e raggiunge la maturità intorno ai cinquant'anni. E’ caratterizzato da una crescita vegetativa, che rallenta man mano che la pianta diventa adulta. Ciò gli permette di arrivare fino a mille anni di età. Rari esemplari sono arrivati fino hai duemila anni. Si tratta infatti di una delle piante più longeve sul territorio Italiano. La sua lenta crescita vegetativa, unita al fatto che presenta radici superficiali che non tendono a superare un metro di profondità, rendono questa pianta particolarmente adatta alla coltivazione in vaso. Tuttavia è necessario adoperare determinati accorgimenti, soprattutto se ci troviamo in zone a clima freddo o più umido rispetto al sud e centro Italia.
      La pianta in vaso necessita di un terriccio composto al 50% da terriccio universale e per il restante 50% deve essere composto in parti uguali da torba, sabbia, lapilli e stallatico maturo, che deve arrivare fino al 15% della composizione se la pianta è molto piccola e giovane. L’ulivo è una pianta eliofila, cioè amante del sole e di un clima temperato caldo. Tuttavia si adatta bene anche a luoghi più freddi, purché si provveda a sistemarla in posizioni soleggiate e riparate dal vento. Intorno ai 3-4 gradi la pianta comincia a patire e a –7 se ne rischia la morte. Pertanto durante il periodo invernale bisogna coprire la radici con paglia, foglie secche oppure agritessuto e avvicinarla alla casa, così che possa usufruire del calore emanato. Essendo una pianta sempreverde è bene proteggerne anche le foglie, spruzzandovi l'ossicloruro di rame oppure avvolgere la pianta in un telo, assicurandosi di lasciare spazi per il passaggio dell’ aria. In questo modo si riuscirà a proteggere la pianta dalle gelate, che ne causerebbero la morte. L’ulivo presenta oltretutto un’ottima resistenza alla siccità. Pertanto l’annaffiatura deve essere effettuata nei primi anni di vita e in estate ogni due settimane, in autunno una volta al mese e durante l’inverno non deve essere irrigata. Per una sana crescita in vaso, poiché dispone di uno spazio limitato è opportuno potarla in base alle esigenze e allo spazio, che le si può riservare. Bisognerà provvedere a un travaso ogni due tre anni, da effettuare nel periodo primaverile e seguito da opportuna concimazione del terreno con fertilizzante liquido a base di azoto e acqua, utili a consentirle di superare lo shock dell’ “operazione”.

      Proposta: La coltivazione di un ulivo sul nostro balcone può favorire la conservazione di questa importante pianta del nostro patrimonio botanico. In più possiamo mantenere la tradizione dell’ulivo della pace il giorno delle Palme, senza depauperare il nostro patrimonio botanico, usando i rami di potatura da portare in chiesa per condividerlo con tutti.
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[Rubrica] Vieni a pescare con me!!

    • Vieni a pescare con me!!
      -PESCA COL GALLEGGIANTE IN ACQUA DOLCE-

      articolo di Stefano Terrando

      E’ uno dei metodi di pesca più diffusi nel continente europeo. La ragione è da ricercare nel fatto che quasi tutte le specie d’acqua dolce possono essere insidiate con questa tecnica che sfrutta un elemento tanto semplice quanto essenziale: il galleggiante. Il panorama che offre questo oggetto è molto più vario di quanto si possa immaginare, si può comunque definire come un oggetto costruito allo scopo di galleggiare sull'acqua oppure come mezzo di segnalazione di un punto specifico o delle abboccate del pesce che stiamo andando a pescare. Dovendo avere una bassa densità per galleggiare, i materiali più diffusi sono legni leggeri come la balsa o il sughero oppure la plastica e suoi derivati come il polistirolo.
      Come è fatto un galleggiante? Nella maggior parte dei casi si forma di tre parti:
      ASTINA: Si tratta di un segmento colorato, di solito rosso o giallo, posto nella parte alta del galleggiante. Questa permette l’individuazione dello stesso e le eventuali abboccate dei pesci. Effettuata la taratura o piombatura del galleggiante sarà l’unica parte visibile in fase di pesca.
      CORPO O BULBO: Questa è la parte del galleggiante che gli permette di eseguire il suo compito più importante, cioè galleggiare. Determina inoltre il peso stesso del galleggiante, la grammatura che si dovrà poi andare a mettere sulla lenza sotto forma di piombo allo scopo di tararlo.
      DERIVA: E’ il prolungamento del galleggiante situato nella parte inferiore. Oltre a garantire la stabilità del galleggiante è fondamentale in quanto consente di fissare il filo della lenza mediante  tubicini di silicone. Inserendone due o tre per ogni montatura si potranno evitare spiacevoli ingarbugliamenti.


      I materiali più comunemente usati per la deriva sono il carbonio, la plastica e il tonchino, un tipo di legno.
      Tra le principali tipologie di galleggiante possiamo distinguerne alcuni modelli comuni. Il modello a carota o pera rovesciata (il primo da sinistra) presenta una forma più larga nella parta alta del bulbo mentre il profilo si assottiglia nella parte inferiore. Questa forma ci permetterà di pescare in acque correnti sia profonde che basse adattandosi bene all'utilizzo della canna fissa, della bolognese oppure della roubasienne. Più tozzo sarà il nostro galleggiante e meglio affronterà la corrente dei fiumi permettendo una buona trattenuta della lenza in fase di passata. Il modello a goccia (il secondo da sinistra), la cui forma richiama evidentemente una goccia, si adatta meglio alla pesca in acque ferme o con correnti minime. Infine un altro modello comunemente usato è quello a sfera, forse il più utilizzato nella pesca in torrente. Infatti nella sua semplice forma sferica risulta molto stabile. Purtroppo ha il difetto di non eccellere nella segnalazione e nella visibilità.

      Un’ultima ed ulteriore distinzione da fare per quanto riguarda i galleggianti, consiste nella modalità di unione del galleggiante con il filo della lenza. Come già accennato i modelli fino ad ora analizzati andranno fissati mediante piccoli tubicini in silicone, detti guaine, che bloccheranno il filo unendolo alla deriva. In questo modo, con un galleggiante così fissato, la nostra profondità di azione non potrà superare la lunghezza della canna che stiamo usando. In altre parole, fissando il galleggiante ad un metro dall’amo significa pescare a tale profondità. I modelli di canne in distribuzione variano dal metro della canna per la pesca del’alborella fino ai 14,5 mt. delle roubasienne. Se si volessero raggiungere profondità ancora maggiori l’unica alternativa è il galleggiante scorrevole. Come suggerisce il nome, scorrerà lungo il filo del mulinello grazie a due anelli posti in genere sotto l’antenna e alla base della deriva. Talvolta questi galleggianti sono privi di deriva. Quello che renderà possibile pescare ad una profondità voluta e maggiore della lunghezza della canna è il cosiddetto nodo di stop o stopper. Questo potrà essere posizionato alla distanza che si vuole dall'amo, avvolgendosi nel mulinello e fuoriuscendo nel momento del lancio fermando il galleggiante all'altezza voluta. I materiali con cui è più comune trovare questi stopper sono il nylon, il filo di cotone e il trecciato. Altri piccoli stopper sono fatti di cauciù e presentano una forma a chicco di riso nella maggior parte dei casi.
      Quando si pesca in acque ferme ritorna utile una particolare montatura, chiamata drop, che consente all'esca di essere calata in acqua in modo molto naturale. Consiste nella concentrazione della maggior parte dei piombini nella vicinanza del galleggiante, un numero inferiore a circa metà dall'ultimo pallino, che invece va collocato a circa 30-50 cm dall'amo. Questo tipo di montatura consentirà di ottenere catture anche in fase di calata dell’esca sul fondo. Al contrario, in caso di acque molto fredde, difficilmente i pesci si muoveranno per catturare un’esca nella fase di calata. Stazioneranno perciò in modo compatto sul fondo del lago, solitamente nelle zone più profonde. Occorrerà quindi modificare la propria montatura in modo tale da raggiungere il fondo più velocemente e stuzzicare i pesci là rintanati. Questa montatura è chiamata bulk e consiste nella concentrazione dei piombi, a modo di zavorra, a breve distanza dall'amo, cioè nel punto di unione del filo terminale con il filo della montatura.
      Nel caso di pesca in fiume la piombatura invece varia a seconda della corrente. Acque più tranquille richiederanno pochi piombini, mentre la pesca in acque veloci e profonde richiederanno una zavorratura decisamente più consistente.
      Le esche per questo tipo di pesca sono un infinità, ciononostante i bigattini, il pane, i lombrichi e il mais sono spesso esche molto redditizie. Bisogna però sottolineare che studiare il luogo dove si vuole pescare, cioè comprendere di cosa maggiormente si nutrono i pesci di una determinata area a seconda della stagione, permetterà di fare catture estremamente emozionanti.
      Per qualsiasi approfondimento in merito a questa splendida tecnica di pesca o per scoprire più da vicino di che cosa stiamo parlando venite a trovarci da Dimensione Pesca in Via Sacchi 50 a Torino oppure contattateci a questo indirizzo email: Dimens.pesca@gmail.com o al numero 011/5682896.
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