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Angoli della mia Città: Casa Avezzano
- Angoli della mia Città
articolo di Gabriele Argiròfotografie di Pietro Clarizia
Casa AvezzanoVia G. Vico 2Per Molti Torino è una città grigia e industriale, dove non succede mai nulla e tutta la vita viene scandita dai turni delle fabbriche. Ma chi conosce bene la città o chi da turista ci è capitato qualche volta, vi può raccontare senza dubbio che non è così. Si tratta solo di un insensato stereotipo. Torino, da sempre è una città piena di ottimismo e fermenti, di slanci, di anteprime e sperimentazioni che spaziano dalla cultura all'industria, dalla politica all'architettura, facendo fremere e zampillare di vita ogni via, corso, viale o piazza: dal centro alla periferia.
Questo fervore lo possiamo palesemente respirare oggi più che mai imbattendoci in grandi cantieri come quello del grande grattacielo di Intesa San Paolo, della nuova stazione di Porta Susa ma anche con la realizzazione del Nuovo Polo Reale ( che collega vari musei importantissimi a livello nazionale e internazionale: Palazzo Reale, Galleria Subalpina, Museo Archeologico...), che contribuiscono a rendere Torino una città sempre più ambita dai turisti di ogni dove.
Torino è una città che ha costantemente espresso il desiderio di essere sotto le luci della ribalta anche durante gli anni del Boom Economico e soprattutto durante gli anni a cavallo tra la fine del secolo XIX e l'inizio del 1900, quando traboccava di creatività, fantasia e voglia di sperimentarsi.È proprio in questi anni che la città si afferma con l'industria cinematografica, anche in ragione della storica vicinanza geografica e culturale con la Francia dei Fratelli Lumière. È storica la prima proiezione di un film in Italia, nel capoluogo piemontese, nel lontano mese di marzo del 1896, curata dagli inventori del cinematografo; sempre a Torino, in Via Po, a novembre dello stesso anno, si realizzò la prima proiezione davanti ad un pubblico pagante.
Inoltre, non a tutti è noto che i primi studi cinematografici italiani aprirono proprio a Torino più di un secolo fa, nel 1907 quando Cinecittà doveva ancora vedere la luce nel 1937! Uno dei primi registi di film storici dell'epoca, Giovanni Pastrone vi girò uno dei primi kolossal della storia del cinema: “Cabiria”, film del 1914.In questi anni l'architettura la fa da padrona nel campo delle arti quando si assiste al passaggio dal neogotico al liberty il quale si afferma sempre più in modo significativo: Torino diventa uno dei poli di innovazione principali a livello europeo.Proprio in questi anni, viene realizzato al confine tra Borgo Crocetta e San Secondo, in Via Vico numero 2, un'abitazione di grande rilievo, quella che diventerà famosa e conosciuta in tutta la città con il nome di Casa Avezzano, progettata dall'architetto Pietro Betta.Un personaggio alquanto singolare, dal carattere eclettico non solo nel panorama architettonico torinese;laureatosi in architettura nel 1906, in quello che oggi è il Politecnico di Torino, non si dedicò solo all'attività professionale specifica che iniziò subito dopo la laurea, ma anche alla didattica; inoltre fu animatore di svariate iniziative culturali e scientifiche. Subito dopo la laurea si recò a Roma per studiare gli "antichi monumenti" di cui ne rielaborò lo stile facendolo proprio. Ciò gli permise di realizzare il progetto forse più conosciuto di questo periodo: Casa Avezzano.
Per cogliere al meglio lo spirito innovativo dell'edificio è necessario conoscere più a fondo questo straordinario personaggio: egli divenne prima assistente e successivamente assunse la cattedra di "Storia dell'Architettura" nel 1921 e di "Edilizia cittadina" nel 1929 alla Regia Scuola di Architettura (l'attuale Politecnico di Torino). Contemporaneamente fu direttore della rivista L'Architettura Italiana (periodico mensile di Architettura tecnica edito a Torino) dal 1926 al 1928. Svolse un ruolo rilevante nel dibattito sul rinnovamento architettonico di quegli anni e fu tra gli organizzatori delle Mostre Edilizie Torinesi del 1922 e del 1926, nonché dell'Esposizione di Architettura del 1928 che segnò l'esordio dell'architettura razionalista. Fece parte delle Commissioni Igienico Edilizie, del Comitato Direttivo del Museo Civico e della Galleria d'Arte Moderna.Nel campo urbanistico dal 1913 elaborò un progetto per il Risanamento di via Roma. Pietro Betta si rivela così un professionista di alto livello culturale, costantemente spinto a sperimentare nuove vie, curioso e appassionato, ma pure razionale e metodico.
Casa Avezzano testimonia l'estrosità del nostro architetto; essa fu costruita tra gli anni 1909 e 1912, anni che vedono l'affermazione dello stile liberty in tutte le sue forme: grafica, decorativa e architettonica.Ma Pietro Betta, acuto osservatore, eclettico per natura e audace nelle proposte, gioca con vari stili nella realizzazione di questa abitazione civile, grazie agli espedienti elaborati e assimilatinel corso della sua formazione e inserisce nel progetto elementi costruttivi e architettonici che spaziano dal liberty, che Betta comincia a mettere in discussione, al neoclassicismo; il risultato è splendido: gli aspetti decorativi slanciati e leggiadri dell'uno, gli apparati stilistici più solidi e maestosi dell'altro, fanno di Casa Avezzano un amalgama di leggerezza e slancio, raffinatezza e ricercatezza di particolari, solidità.
Il neo-classicismo infatti (si sviluppa in Europa nella prima metà del XIX secolo) esprime il ritorno all'antico, come simbolo di ordine e rigore, ma anche di maestosità e “bellezza” attraverso archi, colonnati, lesene su fronti architettonici alti e uniformi, spesso sovrastati da timpani o frontoni.In particolare gli ingredienti in stile liberty di matrice hoffmanniana elargiscono alla casa una forte carica espressiva; l'architetto vi inserisce e vi rielabora forme e monumentalità della tradizione classica, evidenti nelle quattro possenti colonne corinzie che scandiscono la parte centrale della facciata, racchiudendo i bow-windows e sovrastando altrettante inaspettate protome taurine.Il complesso rammenta per certi versi forme e architetture delle colonne dei Fori Imperiali di Roma.Un sorriso coglie il fruitore dell'opera: Casa Avezzano è proprio un intelligente e monumentale pot-puorri architettonico!
Ma tanta bellezza contiene elementi di razionale sistematicità così che Pietro Betta continua a stupire: l'edificio fu tra i primi a Torino ad essere costruito con una struttura in cemento armato! Una novità per quegli anni.In Casa Avezzano troviamo ancora delle influenze tipiche di quella che in architettura è detta Moderne Architektur austriaca, che sembrano simbolizzare i principi di semplicità, purezza e funzionalità che diverranno nemmeno un decennio dopo i cardini per il nuovo stile razionalista.L'edificio rispecchia inoltre un raffinato esempio di ricerca di uno stile “utile” che testimonia il bisogno di una società in profondo cambiamento, volta al futuro e all'innovazione, che richiede un uso raffinato e originale di nuovi materiali e di nuove tecnologie, in forte contrasto con l'affermarsi dello stile liberty che a Torino aveva idealmente piazzato la sua roccaforte. Ma Betta sa coniugare vecchio e nuovo e comincia a discostarsi discretamente da alcuni elementi tipici del liberty, per esempio non contemplando nella costruzione la presenza del cornicione, elemento fondamentale per gli architetti libertyani, dai quali era considerato un importante stratagemma per nascondere il tetto alla vista dei passanti. Gli stessi influssi del liberty dell'architetto austriaco Josef Hoffmann (collega dell'architetto Otto Koloman Wagner) vengono attualizzati e resi in chiave più moderna e un po' stravagante, attraverso la realizzazione di una facciata semplice e dalle decorazioni geometriche.Si colgono nel complesso elementi del gusto art-decò misto a suggestioni proto-espressionistiche di certe opere della Scuola di Otto Koloman Wagner.
Gli stessi balconcini e i bow-windows che nel puro stile liberty sono slanciati e leggiadri, quasi a spiccare il volo, in Casa Avezzano si percepiscono, pur nella leggerezza d'insieme, più possenti e pesanti, incorniciati da quattro stupende colonne con capitelli di chiaro stile corinzio. Anche le decorazioni e i fregi architettonici delle sculture delle quattro protomi taurine che sorreggono le colonne appaiono molto più scarni rispetto allo stile originale liberty, seppur più maestosi.Le protome sono elementi decorativi costituite dalla testa, a volte anche con parte del busto, raffiguranti una figura umana o animalesca o fantastica, che testimoniano il culto della divinità maschile, il dio Toro, simbolo di fertilità. Si voleva alludere a una città in crescita, fertile di idee e innovazioni.Infatti nel panorama cittadino sono rintracciabili molti palazzi con decorazioni di protomi animali, per esempio alcuni edifici in via Vico, 8 (con teste di stambecco) e in via Cavour 19 (con teste di caprone) o le quattro case barocche di Via Milano nel tratto verso Porta Palazzo realizzate da Filippo Juvarra.La tradizione vuole che, anche per merito di queste decorazioni e di queste architetture intriganti e solenni, quando Giorgio de Chirico passò per Torino, nel 1938, in uno dei suoi innumerevoli viaggi sentenziò: “Torino è la città più profonda, più enigmatica, più inquietante non d'Italia, ma del mondo”.E Casa Avezzano, secondo me, invita fortemente ad avventurarsi nel mistero di una città che desidera ardentemente lasciare il segno.Attualmente la struttura originaria della casa è rimasta per lo più invariata nonostante siano trascorsi cent'anni circa, tranne un'unica modifica significativa: il portone di ingresso, che oggi è protetto da un secon-do portone più grande e più imponente.
Per il resto tutto è esattamente come allora. Sostiamo dinanzi a Casa Avezzano, socchiudiamo gli occhi e possiamo vedere gli inquilini della casa, signori con cilindro e bastone, scarpe perfettamente lustrate, magari con baffetti ben curati, accompagnati dalle loro madame incipriate e truccate, un po' altezzose, mentre le carrozze attendono all'uscita. Loro vi salgono per dirigersi verso chissà quali salotti alto-borghesi o caffè storici del centro. Lo zoccolio dei cavalli risuona nell'aria e...un'emozione ci coglie: siamo sulla stessa strada e anche noi abbiamo cipria o cilindro.È Torino: una città che respira a pieni polmoni, o che sospira nell'attesa, o che medita, o che si trastulla, o che incuriosita si serve di cittadini geniali per dare vita a qualche altra novità, romantica e razionale, tenace e attenta, raffinata e sostanziale.
Umberto Eco disse: “Senza l'Italia Torino sarebbe più o meno la stessa. Ma senza Torino l'Italia sarebbe molto diversa”.L'architetto Betta è una delle massime espressioni dell'anima di Torino e si concretizza non solo nella Casa Avezzano, ma in un susseguirsi di progetti significativi, che denotano una maturità raggiunta: a Torino Casa Chicco in via Cavour 9, la Casa per l'Istituto delle Case Economiche di Corso Re Umberto, 5, del 1929, il restauro e l'ampliamento (realizzazione della terza ala) del Real Collegio Carlo Alberto a Moncalieri del 1930 e la Clinica Chirurgica Prof. Massobrio a Savona sulla via Aurelia (progetto iniziato nel 1932 e continuato dopo la morte del Betta dagli architetti Domenico Soldiero Morelli e Felice Bardelli, che ne rilevarono lo studio).Torino, con Casa Avezzano o altre magnificenze architettoniche è l'anello di congiunzione tra passato e presente, laboratorio di innovazione a cielo aperto, promessa di futuro.
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Angoli della mia Città: Casa Lattes
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articolo di Gabriele Argiròfotografie di Pietro Clarizia
Casa LattesCorso Sommeiller 21 angolo corso Turati
Torino è una città incredibile, protagonista da sempre della nostra storia. È una città che attira quasi magicamente una moltitudine di personaggi: generali di eserciti, santi, inventori, musicisti e filosofi, alchimisti, avventurieri e scrittori di ogni sorta, basti pensare a Edmondo De Amicis, Friedric Niet-zsche e Wolfang Amadeus Mozart che hanno lavorato e soggiornato nella nostra accogliente e misteriosa Torino.In questa avvolgente atmosfera, vorrei raccontarvi quel che succedeva in città all'alba del secolo scorso, quando Torino viveva un momento di grande fervore politico, sociale e culturale ed era culla di numerosi movimenti industriali, sportivi e soprattutto artistici.È noto che a Torino tra l'ultimo decennio del XIX e il primo del XX secolo sono state ospitate numerose edizioni delle Esposizioni Generali Ita-liane, è stata fondata la Fiat, il Torino e la Juventus; fu in questi anni che essa si pregiò del titolo di Capitale del Liberty in Italia, uno stile che l'agghinda di un'aria austera e insieme romantica, un po' parisienne. Tra le nebbie o il sole splendente Torino ricorda un'aristocratica e affascinante dama, grazie ai numerosi esempi di pregevole architettura. Di alcuni di questi voglio narrare.Nei pressi della stazione di Torino Porta Nuova, a pochi passi da quella che lo scrittore Giuseppe Culicchia nella sua opera “Torino è casa mia” defini-sce con simpatia “l'ingresso” di questa abitazione immaginaria, venne eretta la cosiddetta Casa Lattes, posta all'incrocio tra i Corsi Sommeiller ( intitolato all'ingegnere Germain Sommeiller che progettò il Traforo ferroviario del Frejus) e quello che veniva chiamato Viale Stupinigi, dal momento che collegava in modo diretto Palazzo Reale e Palazzo Madama, il cuore nobile di Torino, con la residenza sabauda di Stupinigi e che oggi è noto come Corso Turati ( intitolato a Filippo Turati, politico e giornalista che fu tra i primi leader del socia-lismo italiano e tra i fondatori a Genova, nel 1892, di quello che fu il Partito dei Lavoratori Italiani).Il complesso ancora oggi, pur nell'intenso traffico cittadino, risulta una felice e armoniosa commistione di architettura neogotica e liberty: qui si erge Casa Lattes.Secondo il progetto iniziale dell'ingegnere Giorgio Lattes, essa doveva essere adibita a casa da “pigione”, oggi diremmo per affitto, edificata su un terreno di sua proprietà.Giorgio Lattes aveva fama di essere un ottimo ingegnere, per questo era molto stimato in città; possedeva estro e intraprendenza e volle confermerare la sua vena artistica proprio in questa costruzione, peraltro in un momento storico in cui, soprattutto in architettura, era molto difficile essere annoverati tra i “grandi maestri”.
Il nostro buon ingegnere con caparbietà, scrupolosità e anche con una buona dose di co-raggio e di sfida verso i suoi colleghi, con una lettera datata 9 aprile 1909 indirizzata al Sindaco di Torino Secondo Frola, invia i “[...] progetti di case signorili per abitazione […] che domanda costruire sul terreno di sua proprietà […] in Torino”.All'epoca ogni progetto veniva valutato e deliberato dalla Commissione D'Ornato, la quale deteneva un enorme potere decisionale in materia e che influenzò non poco le scelte architettoniche del tempo. Talvolta i tempi di attesa per ricevere la concessione delle autorizzazioni erano estenuanti, ma Giorgio Lattes non si arrese ai primi dinieghi e tra un ricorso e l'altro, tra le mille modifiche richieste più o meno determinanti, affrontò con risolutezza ogni ostacolo deciso a realizzare il suo progetto.Solo quando le chiavi della città passarono al nuovo sindaco, Teofilo Rossi di Montelera, Giorgio Lattes riuscì ad ottenere il nulla osta e finalmente, dopo ritardi e peripezie burocratiche, i lavori ebbero inizio.Si sa che il permesso venne ufficialmente concesso dall'ufficio della Commissione il 24 agosto 1909.In seguito ad una rapida ricerca effettuata tra vecchie carte inerenti alla richiesta di permessi edilizi di inizio secolo, è emerso un esempio di modifica richies-ta dalla Commissione in data 20 luglio 1909 all'ingegnere:“[...] fa presente che si deve insitere sulla opportunità che la pianta del fabbricato stesso, nel lato del Viale Stupinigi, risulti parallelo all'allineamento del piano regolatore [...]”.
Ma ora desidero concentrare l'attenzione sul risultato finale. Casa Lattes risulta un magnifico esempio di quel meltin pot di stili che era Torino a inizio '900: dai bow-window dello stile liberty, alle loro cupolette che rammentano lo stile orientaleggiante, alle decora-zioni che contornano portoni, balconi e finestre in chiaro stile tardo neogotico. Proprio questi ultimi ele-menti tipici dell'architettura gotica, ripresi e variamente interpretati, danno vita ad un complesso suggestivo che evoca grazia e raffinatezza, risultato di una perfetta definizione formale che invia a una vivacità decorativa.Già ad un primo sguardo d'insieme Casa Lattes rivela una particolare accuratezza nei dettagli. Vediamoli insieme.Il colore dell'abitazione si discosta notevolmente dalle consuete tonalità di bianco o marrone che dominano invece le facciate delle chiese e degli altri palazzi, colori decisamente marcati; in Casa Lattes il suo progettista ricerca la novità e l'unicità e dà voce al suo fervore creativo: le facciate, oggi come ieri, comunicano dinamismo e desiderio di innovazione attraverso il grigio tenue perlato del piano terra, il rosso-marrone molto chiaro con mattone a vista usato per i piani alti ed infine il colore bianco quasi marmoreo, impie-gato per i vari bow-windows e per incorniciare l'ultimo piano. Questa triade di colori è disposta armonicamente e dà la sensazione di aumentare la verticalità della casa, che infatti, pur contenendo solo cinque piani, appare molto più alto.La forma allungata dei portoni d'ingresso, prospicenti Corso Sommeiller, e delle finestre a sesto acuto che corrono lungo tutto il perimetro dell'abitazione, riconducono ancora allo stile neogotico.Notiamo con attenzione il particolare delle finestre che si affacciano sulla strada: esse sembrano aprire ampi varchi in grandi strutture “lapidarie” che le incorniciano e ne decorano in modo armonioso il contorno; gli elementi architettonici e scultorei sembrano trasformare queste finestre in antiche bifore, tipici ingredienti dello stile neo-gotico.Ecco poi indugiare nell'ammirare i balconi: essi sono in pietra, materiale possente e pesante; ricchi di un apparato decorativo fitomorfo, floreale (tipico del liberty), con interferenze di decorazioni circolari e a croce, quasi di carattere religioso (tipiche del neogotico), essi propongono al fruitore leggerezza ed eleganza.
Solo un ingegnere esperto e dotato di particolare estro creativo, attento e sensibile osservatore come Giorgio Lattes poteva ottenere un risultato del genere: un'opera fresca, energica, capace di coniugare bisogno di dinamicità e insieme eleganza e ricercatezza.Lo spettacolo continua.
Le porte-finestre dei balconi rimandano ancora al neogotico, contornate da sovra-strutture in pietra riccamente decorate. Piccoli gioielli che Lattes voleva condividere con gli inquilini della Casa e con i passanti, che non sarebbero mai rimasti indifferenti a tanto!Posiamo ora lo sguardo sui magnifici bow-windows: essi terminano con delle cupole contornate da piccole guglie che donano alla struttura un respiro orientaleggiante da Mille e una notte!Al contrario di quelli liberty qui i bow-windows sono più piccoli ma molto più slanciati verso l'alto; cosicchè, grazie all'espediente delle finestre “sdoppiate”, lunghe e strette, si ha la percezione di uno svettamento verso l'alto, verso il cielo, che quando è terso, immerge il passante in un'atmosfera da fiaba. I portoni di ingresso, magnifici e sobriamente intarsiati e decorati, sono in legno massiccio e a doppia anta: hanno poco o nulla di neogotico se non nella loro parte superiore. Unico elemento austero, un po' barocco nell'immagine globale dell'edificio.Casa Lattes si dona alla vista come uno dei risultati architettonici più notevoli in grado di rendere Torino una città caleidoscopica.Oggi comunque Casa Lattes continua a svolgere in silenzio il suo iniziale compito: cioè quello di essere una casa da “pigione” abitata e frequentata da varie tipologie di persone quali avvocati, notai, lavoratori in genere ma anche di inquilini che hanno fatto “propria” un pezzo di storia dell'architettura torinese.
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Angoli della mia Città: Casa De Bernardi
- Angoli della mia Cittàarticolo di Gabriele Argiròfotografie di Pietro ClariziaCasa De BernardiVia Paolo Sacchi 40-42Il millenovecentoquattro è un anno eclettico perché vede il susseguirsi di eventi culturali, sportivi, politici e fatti storici che cambieranno per sempre la storia d’Italia e non sempre in meglio.
L’ouverture del nuovo anno si apre con un’immane tragedia, pari solo a quella dell’alluvione di Firenze del 1966 in cui venne devastata la Biblioteca Nazionale: l’incendio alla Biblioteca Nazionale dell’Università di Torino.
Dopo aver subìto l’elevazione e l’esproprio di città Capitale in favore di Roma, Torino avrebbe motivo per abbandonarsi a se stessa.
I danni a seguito dell’incendio sono molto ingenti: vanno distrutti circa 24.000 volumi e tutta la collezione dei Savoia: inimmaginabile la perdita per il mondo della cultura e della letteratura.
L’anno sembra animato da infausti dei: la Fortuna e il Genio culturale italiano sembrano essersi dissolti nel nulla: anche la Prima alla Scala di Milano della Madama Butterfly di Giacomo Puccini si conclude in un fiasco clamoroso.Il pubblico non apprezza l’opera e fischia a lungo. Qualcuno nel pubblico invoca persino il suicidio finale di Butterfly. La critica è crudele: l’Avanti, senza troppi complimenti sintetizza la serata così:
«L’enorme lunghezza di ambedue gli atti stancò il pubblico. Indispose l’uditorio la ripetizione degli spunti notissimi nelle altre opere di Puccini contrastanti colla vacuità del resto dell’opera. Qualche brano pregevole annegò nella monotonia». Tuttavia il maestro Puccini dà prova di coraggio e coerenza quando in un’intervista al Corriere della Sera afferma: «Prima della Manon, prima della Bohème, prima della Tosca ero agitatissimo. E quelle opere furono dei successi. Questa volta mi sentivo tanto tranquillo! [...]La bufera [...] non mi ha abbattuto. Io voglio ancora bene a Butterfly. Ci credo ancora».
Mentre in Italia si vive il flop dell’opera pucciniana, al Metropolitan di New York va in scena L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti e nell'opera canta Enrico Caruso: uno straordinario successo.
Tra queste e altre vicissitudini Torino non si arrende, si conferma una città che non sta mai ferma e affronta fieramente il disastro causato dall'incendio alla biblioteca, si rimbocca le maniche e iniziano i restauri e il salvataggio di tutto ciò che si può. Contemporaneamente si lavora al nuovo trampolino di lancio che porterà di nuovo Torino all'apice della fama non solo italiana ma mondiale: nel febbraio millenovecentoquattro ha luogo la prima Esposizione Internazionale di Automobili di Torino: sono esposte 60 auto, 110 moto, 3 canotti, 115 biciclette. La grandiosa iniziativa attira un numero strabiliante di persone, una fila interminabile alla biglietteria, i biglietti staccati sono decine di migliaia: si contano 50 mila visitatori provenienti da tutte le parti del mondo.
L'Italia cavalca l’onda della ribalta con l’opera lirica: al Teatro Lirico di Milano, va in scena la prima rappresentazione della nuova tragedia di Gabriele D’Annunzio, La figlia di Jorio: un immenso dramma umano che ottiene un grande successo.Dietro al successo naturalmente vive la storia dei personaggi e dei protagonisti: per esempio il ruolo della protagonista è affidato all'attrice Irma Grammatica. Eleonora Duse, compagna di D’Annunzio, è sull'orlo del suicidio quando si accorge che la scelta è caduta sulla nuova amante del poeta. I testimoni riportano che quando Eleonora si reca a casa di D’Annunzio per ritirare le sue cose, trova due forcine della nuova amante e si infuria a tal punto da voler dar fuoco alla casa. Il Vate D’Annunzio, con con la complicità del portiere di casa sua riesce a calmare la Diva e quasi indifferente al dolore provocatole, come se non fosse successo nulla, pubblica il secondo e il terzo libro delle Laudi: Elettra e Alcione. Nello stesso periodo lo scrittore e poeta Luigi Pirandello pubblica Il fu Mattia Pascal. Contestualmente la Camera approva la legge Orlando che eleva l’obbligo scolastico fino a 12 anni, Matilde Serao fonda Il Giorno, il quotidiano di Napoli. È la prima volta che una donna è ai vertici di un’istituzione.
La cultura e il fervore culturale italiano approfittano ancora della vetrina della prima capitale. Il produttore Ambrosio avvia a Torino il primo studio cinematografico d’Italia, trent'anni prima circa della fondazione degli studi di Cinecittà di Roma.
Torino sembra una città in fibrillazione, il fervore creativo e la vena innovativa si respirano a pieni polmoni in tutti gli angoli della città, dal centro alle periferie, nei parchi pubblici come nelle fabbriche; essa è una città operosa e piena di vita, ricca di spunti architettonici che come in una città fantastica fondono insieme stili differenti nello stesso squarcio di città. Posiamo lo sguardo in quella che oggi è via Paolo Sacchi, in zona Porta Nuova. Vi troviamo palazzi neogotici, liberty, neoclassici e anche razionalisti e moderni, tutti insieme e uno dopo l’altro si legano in modo sinuoso e mai pesante alla vista a volte distratta e a volte attenta di torinesi indaffarati o assopiti nei loro pensieri o di turisti che appena giunti in città desiderano solo recarsi in albergo per ristorarsi dopo un lungo viaggio.

Ma la storia che voglio raccontarvi oggi è quella di un palazzo sito proprio alla metà di Via Paolo Sacchi, ai numeri 40/ 42, ovvero il compito di autorizzare o meno la costruzione di palazzi pubblici e privati, negozi ed esercizi commerciali o scuole, in poco più di un mese dà parere favorevole e i lavori prendono il via. Casa De Bernardi viene conclusa qualche anno dopo.
Oggi la possiamo ammirare nel suo stato originale non avendo subìto modifiche né di colori e né nella struttura architettonica; essa continua a svolgere in silenzio la sue funzioni di residenza di famiglie benestanti, di uomini di affari che vanno e vengono dai loro studi professionali senza mai fermarsi e di studenti fuori sede che studiano all’Università o al Politecnico, proprio dove si laureò nel 1889 il suo progettista, Pietro Fenoglio.
L’abitazione offre chiari e preziosi elementi dello stile liberty, anche se un’osservazione più attenta permette di cogliere altri influssi: lo stile neoclassico delle decorazioni dei balconi del primo piano e delle grandi teste di figure femminili che sembrano reggere sotto i portici tutto il peso dell’enorme costruzione, mentre i capitelli delle colonne dei portici ricordano molto più lo stile corinzio. Ciò nonostante lo stile liberty è ridondante ad iniziare dai due maestosi e solenni bow-windows che incorniciano la palazzina: la loro struttura possente e massiccia dona staticità e sicurezza all'intero complesso, che tuttavia si dona con leggerezza grazie alle decorazioni fitomorfi e ai disegni delle strutture in ferro battuto dei balconi dei piani superiori con cui sembrano rincorrersi.
Entrando nell'atrio del palazzo ci imbattiamo in altri suggestivi elementi tipici del liberty: gli affreschi in stile floreale che ricoprono finemente i soffitti delle rampe di scale e le decorazioni nell'originario ferro battuto che riparano le finestre policrome dei pianerottoli. Non passano inosservati nemmeno i mosaici che si susseguono tra una rampa di scale e la successiva e quelli che decorano a metà parete il vano delle scale. Casa De Bernardi nel 1906 è quasi del tutto completata quando, per volere del suo proprietario, il progetto subisce un’inattesa modifica: viene aggiunta nel cortile una tettoia chiusa.
Così si verifica l’unico momento di stallo del cantiere, con un braccio di ferro tra De Bernardi e Fenoglio da una parte e la Commissione D’Ornato dall'altra.
I primi chiedono che venga costruita a tutti i costi questa tettoia, i secondi pongono dei paletti in considerazione del fine ultimo della richiesta di modifica, ovvero un’attività industriale. Il tira e molla si conclude, dopo una fitta corrispondenza tra la proprietà e la Commissione, con un compromesso. Il 18 aprile 1906 la delibera della Giunta Comunale tramite l’assessore Brayda riferisce: “[...] secondo quanto venne in casi analoghi praticato, si possa concedere il chiesto permesso in via precaria, coll'obbligo di demolire la tettoia stessa quando venga a cessare la destinazione della medesima ad uso industriale, facendo risultare della precarietà con regolare atto deliberatamente trascritto a spese del Sig. De Bernardi il pagamento dell’annuo canone di L.10 in riconoscimento della precarietà. La Giunta accorda il permesso […] deliberatamente […] alla osservanza delle condizioni sopra riferite.”
Nel complesso susseguirsi di palazzi e di stili architettonici tra loro molto diversi, oggi questa casa passa quasi inosservata; ho deciso di scrivere la sua storia convinto che essa meriti attenzione per una serie di preziosi dettagli artistici.
Oggi quella tettoia - dal 1921 proprietà della Confetteria Pfatisch - esiste ancora e si può sbirciarla entrando nel cortile del palazzo.
Infatti lungo la linearità della facciata risaltano le decorazioni minori, le finiture, le volute, i giochi ai capitelli e sulle finestre, i ferri battuti dei balconi sotto i portici; i colori prima accesi e caldi e via via più pallidi e freddi producono un risultato finale di grande squisitezza e il colpo d’occhio che si ha osservando Casa De Bernardi è di grande impatto.
La storia di Casa De Bernardi non si esaurisce a ciò che appare all'esterno, essa racchiude in sé e narra svariate storie: fa parte della rete vastissima delle 130 case costruite in soli 25 anni dall'architetto Pietro Fenoglio,
ed ancora sotto il livello delle sue cantine si apre un dedalo di cunicoli e rifugi anti-aerei costruiti durante la II Guerra Mondiale che si collegano a quelli delle abitazioni vicine e che arrivano quasi alla stazione di Porta Nuova.
E quella tettoia oggetto di controversie burocratiche? Sotto i portici, tra la folla che attraversa ogni giorno quel tratto di via, oggi come allora, scorgiamo l’ingresso della ormai famosissima pasticceria Pfatisch (oggi aderente all’Associazione Locali Storici di Italia), inaugurata nel 1915, ma che nel 1921 viene trasferita qui, in casa De Bernardi e da allora non si è mai più spostata. Quasi a dire un luogo magico! Nel 1926 gli affari della pasticceria erano proficui tanto che i mastri cioccolatai decisero di ingrandire il loro locale raddoppiandolo in grandezza e ristrutturandolo con un gusto ispirato all’art decò: la facciata fu quindi costruita in legno massello di noce con inserti di onice, come anche il portainsegna che racchiude lettere in bronzo. Gustarvi un buon caffè accompagnato da deliziosi pasticcini artigianali permette di respirare un’atmosfera d’altri tempi e di provare un insolito stupore nell'ammirare uno spazio rimasto intatto nel tempo: una struttura in massello di noce con specchiere nelle quali mirarsi timidamente, piani di cristallo e banchi coperti di marmo screziato con inserti di radica di noce.
Un clima avvolgente, un accogliente salotto di casa dove vanno a posarsi con delicatezza i riflessi di luce dei due lampadari di Murano di inizi del ‘900.
Entrando da Pfatisch sembra che il tempo si sia davvero fermato. La confetteria ha subìto nel tempo giusto qualche ritocco al fine di ottemperare alle rigide e giuste normative che regolano la sicurezza degli esercizi commerciali, ma nulla ha modificato il cuore del luogo. Oggi come allora gentili signore in divisa rossa, servono i clienti,
i mastri cioccolatai continuano a sfornare piccole delizie di pasticceria: giandujotti, tavolette di ogni forma e dimensione, creme da spalmare e praline di tutti i gusti. Ogni giorno, ad ogni ora, sono loro che hanno lavorato e lavorano per soddisfare anche i palati più sopraffini di timida gente comune, o di intellettuali famosi come Mario Soldati, Indro Montanelli, Norberto Bobbio, o di nobili e aristocratici come il Duca d’Aosta e la contessa Calvi di Bergolo, che hanno varcato la soglia del negozio. Una storia che racchiude le piccole e grandi storie da quasi cento anni.
E come non ricordare che di recente Casa De Bernardi e la Cioccolateria Pfatisch sono state scelte per girare alcune scene di film quali “Il grande Torino” con i famosissimi Michele Placido, Beppe Fiorello e Tosca d’Acquino e “Enrico Mattei” diretto magistralmente da Giorgio Capitani.
Preziosità, suggestione, raffinatezza e atmosfere calde e sinuose rendono vita a un luogo che non vuole né può tramontare.
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